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23° Assemblea Congressuale Legacoop Ferrara

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23° Assemblea Congressuale Legacoop Ferrara

Intervento del Presidente di Cidas Patrizia Bertelli


11/12 febbraio 2011

Il titolo che è stato dato al Documento Nazionale del 2011 ha al proprio interno due parole di grande impatto emotivo: ARMONIA E FUTURO.

ARMONIA è una parola di origine greca che vale propriamente come collegamento, disposizione e proporzione, il verbo di derivazione significa connettere, collegare, essere d’accordo e questo dalla radice AR che ha senso di aderire, unire, disporre, da qui anche la parola Arthmòs Lega, Amicizia; FUTURO in termini di tempo quello che dovrà accadere in riferimento ad un passato, ciò che è già accaduto e ad un presente nel quale si vive. Questa parola è carica di preoccupazioni e di timori da sempre per gli uomini.

Ebbene queste due parole si caricano di ulteriore significato se collocate appunto nel nostro presente dove non si vive né in armonia né in una prospettiva di futuro particolarmente sereno.

Per avere futuro bisogna vivere in un presente che ci permetta di poggiare le basi di un possibile sviluppo o cambiamento.
Ho avuto l’opportunità di leggere il documento Regionale e di condividere le considerazioni riferite alla necessità di ridare impulso e slancio ad un profondo cambiamento per avviare uno sviluppo, sul rapporto fra economia e società, con l’obiettivo di porre il lavoro e la persona in particolare i giovani, al centro dei processi di crescita, serve rilanciare un’idea dello stare insieme, della politica e del governo democratico della società che siano basati sul senso civico e solidale dei cittadini. Il rischio forte che corriamo è la disgregazione e la mancanza di coesione sociale, anticamera di pericolose derive.
Allora non si può non essere preoccupati di fronte allo scenario economico-sociale, politico nel quale viviamo il presente, alla miopia di un Governo Nazionale che non coglie i veri problemi del Paese, alla crisi di valori ….
Anche esperti e studiosi del mondo economico esprimono valutazioni di preoccupazione che meritano di essere approfondite e valutate.
Nel documento illustrato da Andrea Benini le dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi sono purtroppo chiare:”la crisi ha investito con forza la nostra economia riportandone indietro il prodotto annuo, nel 2009, sui volumi di 9 anni fa” e che “le prospettive per la crescita del PIL, quest’anno e il prossimo, non si discostano molto dell’1 per cento”.
 Allora non possiamo non partire da alcuni dati economici che qui vorrei brevemente illustrare.
L’elemento che maggiormente mi preoccupa è che l’Italia rispetto agli altri Paesi europei segna terribilmente il passo.
Sarebbe come dire “ci siamo presi tutti l’influenza poiché vi è l’epidemia, ma mentre gli altri paesi dopo un normale periodo di convalescenza sono tornati anche con cure e fatica alla vita normale, Noi non ci siamo ripresi non abbiamo adottato le cure adeguate e stiamo continuando a peggiorare, stiamo continuando nel nostro declino.
E di declino Italiano parla proprio Andrea Gandini nella sua illuminante introduzione all’Annuario socio-economico Ferrarese presentato dal CDS per il 2010. Egli scrive:” che l’Italia fosse un paese in declino, lo avevano già indicato numerosi studi e riviste specializzate tra cui l’Economist nel 2005, ma in Italia il dibattito fu chiuso subito temendo di essere tacciati per anti italiani. Eppure le cifre sono oggettive e impietose. Per il Fondo Monetario sui 180 Paesi di cui si dispone di dati attendibili, in termini di crescita economica negli ultimi 10 anni (2000-2010), l’Italia si colloca al penultimo posto, prima di Haiti…Per la Banca Mondiale, se si misura la crescita del Prodotto Interno Lordo negli ultimi 10 anni in termini di potere d’acquisto, siamo al 170° posto su 180 paesi e la previsione per i prossimi 5 anni non mutano: stagnazione, perché crescere dell’1% è stagnazione”.
In questo contesto quindi emerge un Paese Italia povero, povero di beni, povero di risorse, povero di lavoro!
Proprio così, in Itali manca il lavoro e molti cittadini inoccupati, quindi che non producono ricchezza economica, portano il paese ad impoverirsi sempre di più.

 Allora siamo di fronte ad un dato relativo al Tasso di inattività che è significativo(quante persone lavorano sul totale dei cittadini in età). Il tasso di inattività rappresenta un particolare indicatore soprattutto per quei Paesi come l’Italia caratterizzata da un tasso di disoccupazione contenuto, ma da una bassa partecipazione al mercato del lavoro. Il tasso di inattività Italiano è pari nel 2009 al 37,6% in aumento di oltre mezzo punto rispetto al 2008. Tale risultato ci dice l’ISTAT è la sintesi del livello di inattività maschile pari al 26,3% e soprattutto un tasso di inattività femminile straordinariamente elevato del 48,9%. Il tasso medio di inattività della popolazione fra i 15-64 anni nella Ue27 è pari al 28,9%, qui mi pare siamo più “virtuosi” dell’Ungheria e di Malta sui 27 Paesi Europei campione ISTAT! Inoltre in Italia vi è un divario importante fra le varie Regioni. Solo un dato: 2 donne su 3 nel Mezzogiorno sono fuori dal mercato del lavoro.

E citando ancora Andrea Gandini:” un’altra causa del declino è dovuta al fatto che noi italiani viviamo sempre meno di lavoro, ma piuttosto di rendite (pensioni, affitti, rendite finanziarie). … la percentuale enorme di lavoro autonomo che noi abbiamo (28% sul totale a fronte di una media UE del 10-15%)…. Un’evasione fiscale abnorme che produce due effetti perniciosi: un alto debito pubblico… e una tassazione effettiva di chi paga le imposte a livelli altissimi(come quelli scandinavi) senza avere in cambio gli efficienti servizi di welfare nel Nord Europa.

E allora qui si rompe il patto fra cittadini e Stato. Poiché il Welfare è un patto, un patto fiscale e assicurativo in base al quale i cittadini si impegnano a pagare tasse o contributi allo Stato e lo Stato si assume una parte di rischio connesso sostanzialmente a tre grandi fattori negativi: la malattia, l’invecchiamento, la perdita del lavoro, questo almeno inizialmente, oggi si stanno aggiungendo altri nuovi bisogni, e per rispondere a questi diventa sempre più impegnativo e complesso, vista la scarsità di risorse.

Caso Napoli e Comitati “ il Welfare non è un lusso“…Legacoopsociali rinnova la solidarietà alle coop.ve sociali di Napoli, agli operatori che vi lavorano, alle molte associazioni di Terzo Settore, che chiedono quanto è loro dovuto, a fronte dell’insostenibile ritardo nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni, e denunciano il serio e reale rischio di smantellamento di servizi territoriali socio sanitari e sociali, che lasceranno decine di migliaia di persone senza supporto, e migliaia di lavoratrici e lavoratori senza lavoro. «A fronte di risposte sinora drammaticamente parziali e inadeguate – dichiara la presidente nazionale di Legacoopsociali, Paola Menetti - Legacoopsociali sostiene e ribadisce l’appello alle Istituzioni ed Amministrazioni locali perché si esprima una ben più esplicita e concreta disponibilità all’ascolto ed al confronto per trovare risposte concrete ad una situazione ormai pesantissima. Quanto sta accadendo a Napoli, e le crescenti criticità che si vanno manifestando in molti altri territori del meridione, segnalano tuttavia problemi che non hanno un profilo soltanto locale. A porsi sono questioni di evidente rilevanza nazionale, poiché rimandano alla messa in discussione della sostenibilità di servizi sociali e socio sanitari a base universalistica, e della loro funzione pubblica». «Per questo – aggiunge Menetti - un mese fa abbiamo chiesto alle istituzioni nazionali, parlamentari e di governo, l’attivazione di tavoli di confronto concreto e di merito sullo stato e le prospettive dei servizi di welfare in questo Paese, a partire dalla realtà meridionale: è grave e preoccupante che ad oggi non vi sia stato riscontro. Rinnoviamo oggi la richiesta, nonostante altre paiano essere in queste settimane e in questi giorni, le priorità dell’agenda parlamentare”

Il Welfare è fondamento ineludibile, è l’ossatura di un corpo, di un paese.
Il Sistema di welfare è complesso, è fatto da pensioni, sanità, ammortizzatori sociali e politiche sociali.
La spesa per la protezione sociale nelle tre aree di intervento della Previdenza, Sanità e dell’Assistenza rappresenta una parte fondamentale del Sistema di Welfare dei paesi Europei.

I principali fondi per le politiche sociali
Il Fondo nazionale per le politiche sociali, Il Fondo per le politiche della famiglia
Il Fondo per le politiche giovanili,
Il Fondo per la non autosufficienza,
Il Fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza
Il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione
Il Piano straordinario servizi socio educativi prima infanzia,

In Italia nel 2009 la spesa per la protezione sociale sfiora il 30% del PIL. L’Italia nel 2007 si collocava al 12° posto sui 27 Paesi dell’Unione.
Nel 2009, la spesa per prestazioni di protezione sociale (che rappresenta il 95,4 per cento della spesa complessiva per protezione sociale) è dedicata per oltre la metà alla funzione “vecchiaia” (51,0 per cento) mentre la parte rimanente si distribuisce tra “malattia/sanità” (25,8), “superstiti” (9,4), “invalidità” (6,0), “famiglia” (4,8) e “disoccupazione e altra esclusione sociale” (3,0 per cento).

La spesa per l’assistenza sociale erogata dai comuni, singolarmente o in forma associata, rappresenta una componente importante del sistema di welfare adottato a livello locale. Infatti, come previsto dalla legge quadro sull’assistenza n.328 del 2000, compete ai comuni la gestione degli interventi e dei servizi sociali, la cui programmazione è in capo alle Regioni. La spesa gestita a livello locale per gli interventi e i servizi sociali è passata dallo 0,39 per cento del Pil nazionale nel 2003 allo 0,42 per cento nel 2008. In valore assoluto la spesa sociale dei comuni nel 2008 ammonta a 6,6 miliardi di euro e il valore medio per abitante è pari a 110,7 euro all’anno.

La Regione Emilia Romagna si colloca fra le Regioni che impegnano le percentuali più alte di risorse.

(La spesa sanitaria pubblica italiana è invece molto inferiore rispetto a quella di altri importanti Paesi Europei. A fronte di circa 2.200 dollari per abitante in parità di potere d’acquisto spesi in Italia nel 2008, poco più della spesa sostenuta da Spagna, Nel Regno Unito si destinano 2.600 dollari, mentre in Francia e Germania si sfiorano i 2.900 dollari procapite. Il livello più basso va alla Polonia con 876 dollari procapite).

Lo scenario italiano è alquanto preoccupante e la scelta di questo Governo sui temi del Welfare è consegnata al Libro Bianco del Ministro Sacconi: Meno Stato e più società ci dice, teoria, belle parole, ma che in buona sostanza concretamente significano impoverimento del servizio pubblico, messa in discussione del concetto di Servizio alla persona in chiave universalistica ed un abbandonarsi ad un caritatevole buonismo che mette al primo posto l’individualismo e poi … buona fortuna...
In realtà le manovre finanziarie di questi ultimi anni rappresentano nei fatti uno smantellamento dello Stato sociale e la deprivazione di diritti acquisiti che hanno permesso un buon livello di vita e di coesione sociale, almeno per molti cittadini.
Con la Legge di stabilità 2011 (il provvedimento che ha preso il posto della finanziaria) il finanziamento al Fondo Nazionale per la Non autosufficienza è stato azzerato! Ciò significa che oltre due milioni e mezzo di cittadini italiani che si trovano in una situazione di non autosufficienza si troveranno scoperti.
La crescita di un popolo si misura su indicatori non solo economici ma anche di benessere sociale, su questo tema la Nostra Regione sappiamo ha fatto scelte importanti che in altre parti del nostro paese non sono state fatte.
Se non interverranno modifiche importanti nel modello di Welfare potremo in breve tempo assistere ad una situazione di grave disparità sociale: da una parte la popolazione che potrà continuare ad accedere a servizi di qualità a proprie spese, e dall’altra una popolazione alla quale sarà possibile dare una risposta “residuale” se non addirittura “nessuna risposta”.

“Siamo passati dall’etica del lavoro all’etica del consumo” , la società è passata dagli “ideali di una comunità di cittadini responsabili a quella di un’accolita di consumatori soddisfatti e quindi portatori di interessi personali”, allora “conta ritrovare il senso della comunità: perché se un individuo viene escluso non ha più protezione e può essere facilmente manipolato”  (Zygmund Bauman da La Repubblica 25.11.2010).
Noi il senso della Comunità, il senso della solidarietà ce li abbiamo!
Dalla ricerca svolta nel 2009 sul campione delle Cooperative Sociali dell’Emilia Romagna risultano evidenti alcuni fattori identitari che sono ripresi anche nei documenti congressuali poiché propri di gran parte del movimento cooperativo. In particolare il radicamento territoriale quale senso di appartenenza ad una comunità e la Capacità di innovare i Servizi in risposta ai bisogni.
Si conta la presenza di ben 231 cooperative Sociali in Emilia Romagna (n.107 di tipo A e 67 di tipo B più alcuni miste o consorzi), si sono forniti servizi a 120.000 persone con l’impiego di 24.000 lavoratori e oltre 40.000 Soci, per l’80% di sesso femminile. “Si crea lavoro rispondendo ai bisogni delle persone”.
Un dato di rilievo è che le Cooperative Sociali sono ancorate in maniera evidente alle risorse della P.A., l’80% dei ricavi delle nostre cooperative è di origine pubblica, è la Nostra Storia.
Non sto troppo a dilungarmi ma da lì siamo nati, cresciuti e rafforzati grazie alle scelte che sono state fatte dalle Amministrazioni Locali nei nostri territori. In questo lungo percorso che dura da circa 30 anni siamo arrivati quasi come ad una sorta di traguardo a riscattarci da meri fornitori di mano d’opera a Gestori completi dei servizi alla persona con l’ultima novità Regionale quella della Legge sull’Accreditamento dei Servizi Socio Assistenziali per anziani e handicap. Ci siamo arrivati, purtroppo, in una fase di grandi difficoltà economiche della Nostra Regione. Ne siamo consapevoli e allora siamo tutti i giorni a tirarci per i capelli per strappare tariffe che ci facciano stare in piedi! E’ davvero bizzarra la vita! Abbiamo lottato tanto come cooperative sociali per acquisire autonomia e dignità ed oggi stiamo ancora una volta in difficoltà perché i conti faticano a tornare, perché le famose tariffe economiche determinate a livello Regionale per omogeneizzare i costi fra le Province in tutta la Regione (che determinano quanto costa la tenuta di un anziano o di una portatore di handicap) nella nostra Provincia non sono in grado di spesare il livello di assistenza che in questi anni avevamo raggiunto nei Servizi per gli anziani e per i portatori di handicap nei Nostri Comuni. Altre Province va detto hanno invece beneficiato di questa norma. I Modelli di servizio pubblico, è evidente, si stanno sempre più scontrando con il limite di risorse disponibili, portando quando va bene al mantenimento dell’esistente.
La sfida che abbiamo di fronte pare essere proprio questa: o il settore nel suo insieme riesce a farsi promotore di una serie di proposte innovative e di sperimentazioni ragionate e leggibili o si rischia di essere ingessati dalla morsa delle ristrettezze della risorse pubbliche.
Sarebbe importante per questo che anche nel nostro territorio la Cooperazione sociale potesse farsi promotrice di proposte innovative per i Comuni, per la comunità, esprimendo la sua capacità di gestire i servizi con costi contenuti e con qualità elevate, con evidenti vantaggi per gli utenti.
In questa ipotesi la Cooperazione sociale non può essere da sola, vanno coinvolte altre parti del sistema cooperativo, penso al mondo della distribuzione, assicurativo e delle costruzioni.
Nella ricerca regionale si parlava appunto di istituire un “Parco di proposte innovative” , da creare insieme alle P.A. , con altre parti del sistema cooperativo per individuare strumenti e risorse a sostegno di tale strategia propositiva.
Il tema è molto complesso e difficile ma la sfida appunto sarebbe quella di dare basi concrete alla sperimentazione di nuovi modelli di servizio attraverso l’attivazione e l’organizzazione in forme nuove della componente privata della domanda di servizi sociali, individuando strumenti organizzativi e societari (Magari di tipo cooperativistico e mutualistico) strumenti contrattuali, strumenti patrimoniali e finanziari atti a trasformare una domanda residuale individuale/familiare in una domanda strutturata.
A fronte di nuovi bisogni nei confronti dei quali il Pubblico non è più in grado di fornire adeguate risposte, lo sforzo è quello di reperire ed accrescere il volume delle risorse da mettere in campo. Il timore fortissimo è che le possibilità finanziarie ed economiche del mondo privato, vista la crisi economica complessiva, siano comunque molto colpite. Per questo servirà un’attenta valutazione delle possibilità finanziarie e patrimoniali degli utenti e delle loro famiglie, bisognerà pensare a strumenti finanziari, forse ci può essere d’aiuto la sperimentazione di prodotti assicurativi.
Ad esempio è possibile mobilitare il patrimonio immobiliare degli utenti a sostegno dei costi dei servizi ricevuti e solo per la frazione di valore necessaria a tale scopo?...
O ancora è pensabile la possibilità di organizzare gli utenti in mutue e organizzazioni non profit in grado di esprimere sul mercato dei servizi socio-assistenziali politiche di accumulazione, di risparmio, di mobilitazione di risorse immobiliari, che servano per attivare la richiesta di servizi svincolati e di integrazione al servizio Pubblico??
Credo che la forma cooperativa, il Nostro Movimento, possano rappresentare, per le caratteristiche che gli sono proprie, per i valori che lo caratterizzano, il soggetto economico più in linea con queste necessità. Il movimento cooperativo rappresenta cioè quel soggetto economico e sociale che per cultura, storia ed esperienza, è in grado di proporre progettualità tali da supportare il Sistema Pubblico e prevenire potenziali tensioni sociali.
La cooperazione Sociale nel porsi nell’obiettivo di doversi inventare nuove risposte fornendo Servizi economicamente compatibili con i bisogni delle persone, sarà costretta a fare i conti con un sistema di Relazioni Sindacali che porterà sicuramente delle tensioni e del malessere nel corpo sociale. Non voglio sottacere le difficoltà presenti di fronte ad un sindacato che ha come obiettivo primario la salvaguardia del salario e dei diritti acquisiti senza sforzarsi di fare un’analisi sullo stato delle risorse disponibili che mettono a rischio in realtà posti di lavoro.
Non sempre ci pare che nella contrattazione sindacale appaia sufficientemente valorizzata la specificità del lavoro nella cooperazione sociale, poiché siamo sempre di più assimilati alla forma del Pubblico impiego. O riusciamo a costruire un patto fra Cooperazione Sociale, Pubbliche amministrazioni, Sindacato, per consentire di cogliere quelle sfide cui prima si faceva riferimento, per consentire cioè la costruzione di servizi innovativi, oppure il rischio che corriamo è di rimanere schiacciati in questa morsa, da una parte il sindacato che parla ai soci-lavoratori in termini rivendicativi di salario e dall’altra una Pubblica Amministrazione priva di risorse.
Serve credo una riflessione …
Il Tema è ASSUMERE UNA NUOVA RESPONSABILITA’ SOCIALE DI SISTEMA ATTRAVERSO LA COOPERAZIONE DI CITTADINI. Citando il Documento Regionale: CAMBIARE PER COOPERARE.
Esistono già in altri territori della Nostra Regione esperienze nell’ambito del sostegno alle famiglie che hanno al loro interno famigliari con livelli di non autosufficienza, dove il servizio pubblico non è in grado di soddisfare per intero a tali problematiche.
Esistono esperienze importanti nell’ambito dell’infanzia, queste sono esperienze in atto e non solo progetti .
Nella Nostra Provincia facciamo molta fatica ad uscire dal ruolo originario della Cooperazione Sociale (gestire servizi che prima erano pubblici). E’ un percorso che dobbiamo affrontare quello di costruire una Cooperazione Sociale che sia propositiva e innovativa, che assuma un ruolo di sussidiarietà intesa come supporto all’Ente Pubblico e non solo sostitutiva dello stesso.
E’ una sfida che dobbiamo cogliere Perché se è vero che la sussidiarietà ha un duplice valore:
da un lato può contribuire a conservare e a rinnovare il sistema di welfare a seconda delle nuove esigenze e dei bisogni che cambiano
dall’altro diventa mezzo per rivitalizzare le pratiche di democrazia e di partecipazione diffusa delle comunità
il Nostro Territorio deve vedere nel Movimento Cooperativo un soggetto attivo in grado di “accreditarsi” sia verso il pubblico sia verso i Cittadini.
Perché ad esempio non farci promotori di iniziative diffuse di coinvolgimento e di partecipazione nelle comunità per ascoltare le esigenze, punti di vista, esperienze e copro gettare soluzioni a certe richieste?
Il Movimento Cooperativo ha bisogno di farsi conoscere e di venire riconosciuto per le potenzialità economiche, etiche e sociali che esprime.
Non possiamo permettere che il patrimonio delle Nostre Cooperative sia offuscato da situazioni di crisi drammatiche di alcune cooperative della Nostra Provincia (purtroppo da Noi Sofferte) che non hanno fatto del bene al Nostro Movimento, ma che io credo vanno contestualizzate e stigmatizzate quali esempi da non riproporre.
 

CIDAS

COOPERATIVA INSERIMENTO DISABILI ASSISTENZA SOLIDARIETÀ

SOC. COOPERATIVA a R.L. – SOCIALE O.N.L.U.S.
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